Da circa due mesi, a Claterna gli archeologi stanno lavorando su parte di una ricca residenza di età imperiale, ben riconoscibile grazie alle pavimentazioni a mosaico e cocciopesto che sono riemerse dai campi dopo duemila anni.
Gli ambienti attualmente visibili sembrano disporsi attorno ad uno spazio aperto, probabilmente un cortile, che in età romana era solitamente delimitato da un corridoio porticato (da qui, la denominazione di origine greca di peristilio); l’insieme dovrebbe appartenere ad una residenza delle dimensioni di alcune centinaia di metri quadrati, come di consueto nell’edilizia privata di livello medio-alto di questo periodo.
Lo scavo nel 1959 e oggi; in primo piano il mosaico, sullo sfondo i due cocciopesti,al centro il cortile
Per il momento non è possibile capire se la nostra domus rispecchiasse lo schema classico delle residenze romane, modulato sugli esempi di area campana in atrio e peristilio; oppure se le varie stanze fossero organizzate solo attorno ad un
peristilio, come spesso verificato negli scavi delle città romane dell’Italia settentrionale. Quel che è certo è che si tratta di uno dei migliori esempi di edilizia privata conservati a Claterna, come già compresero i primi archeologi che individuarono il complesso fra gli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso.
Oltre all’eccezionale stato di conservazione, questo edificio presenta due fondamentali punti di interesse: la possibilità di procedere allo scavo ed al recupero estensivi di una domus, evento che in passato si è verificato solo nel caso di grandi città abbandonate come Ostia antica o Pompei; l’occasione di ripercorrere tutta la sua storia, dal momento della sua costruzione fino a quello del suo abbandono, passando attraverso le modifiche attuate nel corso del tempo.
In effetti, questa storia si è già rivelata lunga ed articolata; la domus venne costruita in età repubblicana, forse nel I secolo a.C., quando la città fu testimone di un primo grande sviluppo urbanistico; è a questo momento che risalgono i due ambienti pavimentati a cocciopesto, impreziosito da motivi geometrici a meandro e da piccoli fiori disegnati da serie ordinate di tessere musive bianche e nere. Già nel I secolo d.C., compaiono pavimenti a mosaico geometrico bianco e nero, che in parte riprendono gli schemi decorativi dei cocciopesti; fra questi, quello meglio conservato è un ampio tappeto rettangolare
suddiviso in due settori: ad ovest, un fondo nero con decorazioni puntiformi in bianco, ad est un complesso motivo geometrico a quadrati e rombi inscritti. Gli ultimi interventi consistenti sono stati documentati negli scavi degli anni Sessanta, con il rinvenimento della pavimentazione a cocciopesto di un ambiente termale, databile entro la metà del III secolo d.C. 

Panoramica dell'ambiente termale rinvenuto durante lo scavo del 1965-66; nel particolare, il pavimento a cocciopesto
I pavimenti sono delimitati da quanto rimane delle murature della domus; interessante osservare come, anche in un edificio dotato di elementi di pregio –certa è la presenza, oltre alle pavimentazioni, di affreschi parietali-, si faccia uso di una tecnica edilizia che ricorre ampiamente ai cosiddetti “materiali poveri”, quali la terra e il legno; infatti, al di sopra di zoccolature murarie realizzate con frammenti laterizi di recupero, lo scavo sta mettendo in evidenza consistenti tracce di pareti in argilla. Se la cosa ai nostri occhi e, soprattutto, alla luce dei nostri schemi mentali può destare perplessità, la prospettiva cambia completamente se si
considera tale tecnica costruttiva sia dal punto di vista della sua ottima tenuta strutturale e statica, sia dal punto di vista della tipologia di materie prime immediatamente reperibili sul posto –ci troviamo, infatti, ai margini di un’ampia pianura di origine alluvionale, la Pianura Padana, ricca di argille, che da alcuni decenni era oggetto di ampi disboscamenti per recuperare spazi all’agricolatura estensiva.
Oltre a pavimenti e resti murari, lo scavo sta restituendo precise tracce della storia quotidiana della casa, tracce che si concentrano soprattutto in alcuni spazi aperti: nel peristilio, dove stanno venendo alla luce i resti degli intonaci dipinti crollati dalle pareti degli attigui ambienti chiusi, ed in un piccolo cortile secondario, dove affiorano, fra i numerosi frammenti di vasellame, alcuni bruciaprofumi, solitamente utilizzati nel culto domestico. Non è solo effetto di suggestione collegare questi frammenti in terracotta al rinvenimento, proprio in questa area e durante gli scavi della metà del secolo scorso, di una piccola statuetta in bronzo di Minerva, che ha trovato posto nelle vetrine della mostra ozzanese e che lo scorso inverno è stata esposta a Castelfranco Emilia, in un’importante mostra regionale sulla religiosità domestica nel mondo romano.
Attualmente, gli archeologi sono quotidianamente affiancati nel lavoro di scavo dai restauratori, che, attraverso un lavoro molto lungo e paziente, procedono ad un’approfondita pulizia manuale dei pavimenti con piccoli strumenti ed al loro consolidamento con malte e prodotti speciali.
Il restauro è la prima, imprescindibile fase del progetto non solo di conservazione, ma anche di musealizzazione della domus, che da quest’anno l’associazione
intende portare avanti per tappe graduate e successive, fino alla completa messa in luce del complesso; la musealizzazione prevede l’installazione di una struttura di copertura, che consentirà l’accesso del pubblico tramite visite guidate durante tutto l’anno.